IL DIARIO

31 luglio 2018

Canicola la chiamano. È quel caldo opprimente delle ore centrali della giornata. Il nome deriva dal latino “piccolo cane, la stella più luminosa (che noi chiamiamo Sirio) della costellazione del Cane maggiore, che sorge e tramonta con il sole dal 24 luglio al 26 di agosto. Nel medioevo si pensava che la presenza di Sirio nel cielo fosse la causa della calura e che questa portasse effetti malefici. Si diceva “ti si surriscalda il sangue e ti vengono le malattie” e altre fesserie del genere. Per qualcuno quello era il periodo in cui la gente rischiava di perdere il senno e a causa di quell’incidente partire per catastrofiche imprese. Già, già… 

Non c’è dubbio che la “piccolo cane” sia là, sopra di noi, ogni giorno, di questi giorni. E se il senno qualcuno ce l’ha barcollante questo è il buon periodo per lasciarlo andare alla ventura. A questo pensavo mentre scendeva la notte prima della festa nazionale svizzera. Pensavo a questo, al mio senno e alla sua vocazione a perdersi. È così che mi è venuta in mente questa storia, che vi voglio raccontare. 

Ho visto un uomo su di una sommità rocciosa, accompagnato da un asino. Aveva una bandiera, portava un elmo, aveva un megafono. Davanti a lui si stendeva un paesaggio alpino. Lui era là e parlava di rivendicazioni, di come 100 anni fa si era fermata una nazione obbligata dai meno forti ad ascoltare. Schiamazzava l’uomo, da solo, cercando le voci di tutti. 

Mi è sembrata una bella storia, nella quale precipitare. 

E così che…

C’era una volta un uomo, che con il suo asino decise di intraprendere una rivoluzione mai accaduta. Partirono il primo giorno d’agosto… 


1 agosto 2018

Mi sono svegliato che il sole ancora non c’era. Nel buio ho pensato che passo troppo tempo in città, a camminare senza un’orizzonte. Solo palazzi, strade e frastuono. Tutto il caos della quotidianità non ci fa più vedere oltre alla sopravvivenza. Mi sono detto: ma che succede? Dobbiamo unirci, fare qualcosa, rivendicare. Ho capito che quella storia sullo sciopero generale, era importante. E quest’anno scade pure il centenario. Lo so che sembra strano, ma è andata proprio così: ho bevuto il caffè e sonxo partito. Ho chiamato un amico e gli ho detto: devo volare. Lui mi ha portato in cima a una montagna e siamo scesi fino a terra. Mi ha chiesto “Perché lo fai?”. Gli ho risposto che qualcuno deve pur partire, uno per tutti. Se, come dicono le cronache dell’epoca “bisogna fare una Rivoluzione” io la faccio da solo. E se incontro qualcuno per strada gli racconto tutta la storia. Dell’intervento dell’esercito, delle liti tra operai, della paura folle della borghesia di perdere potere. “Tu mica devi venire con me” gli ho detto. Lui mi ha risposto che sarò anche la sua voce. Già, già… Ho trovato un asino quando sono atterrato: l’ho chiamato Ronzinante, perché un poco mi sento Don Chisciotte. Sopratutto ora che ho capito che il problema di fondo nella mia esistenza sta nella delusione che ho quando la mia immaginazione si scontra con la realtà. A voi non succede? È per questo che cammino.

Ma lo sapete cosa è successo oggi? Una serie di avventure: il passare un piccolo ponte sul fiume (con Ronzinante che non ne voleva sapere), la battaglia contro il vento tra i rami, il sortilegio della calura che rendeva il terreno appiccicoso. Eh sì, poi incontri. Persone curiose della strana coppia che chiedevano informazioni e che quando gli spiegavo che andavamo a Olten per fare una Rivoluzione, ci confidavano “cose che avremmo dovuto dire”. Poi s’è fatta la notte e si è annunciata la tempesta. C’è poco da dire, siamo saliti a mezza costa per ripararci, tra una chiesa e una cascata. Là abbiamo incontrato un musicista, che con le sue canzoni ha ritardato per minuti che sembravano ore la tempesta. Tirava un vento da nord che sembrava urlare: venite di qua, verso di me! Venitemi incontro! Che c’è da battagliare. Io mi sono messo a sventolare la nostra bandiera, per rendergli chiaro, a quel vento, che io e Ronzinante lo avremmo preso a calcioni.


2 agosto 2018

Il mattino continua il caldo. Quando viaggio mi sforzo di conoscere il territorio. Cerco di vederlo come un essere umano da conoscere, con una personalità tutta sua. Non è che bisogna sforzarsi più di quel tanto. Bisogna solo mettere un piede dopo l’altro e avanzare. Prima o poi quello che c’è attorno ci parlerà. Arriva il momento in cui ti sembra di scivolare. Il tuo, di corpo, prosegue per i fatti suoi e tu sei libero di capire qualcosa della mappa che hai dentro. Già… Però poi accade, proprio quando la concentrazione è tutta sui fatti tuoi. C’è qualcosa del mondo che con prepotenza ti richiama. È successo questo anche oggi. Io e Ronzinante stavamo passando accanto a una zona industriale. E c’era tutto il rumorio delle fabbriche, l’odore del metallo, i camion che passando sollevavano polvere. Ma questo non ci dava fastidio. Andavamo avanti persi nei pensieri di un uomo e nei pensieri di un asino. Poi all’improvviso ci si è parata davanti una sedia, abbandonata al lato della strada. Una sedia pieghevole, di quelle di poco costo. Però aperta, e vuota. Sul sedile e sullo schienale in plastica aveva marchiato il logorio del tempo, che l’aveva stinta dal bianco originale in uno strano giallognolo. È lì che mi sono come svegliato. Mi sono fermato e Ronzinante ne ha approfittato per mangiare qualcosa. Io invece è come se avessi sentito le voci di decine e decine di persone, che mi parlavano da cento anni fa. No, non è solo un buon sistema per raccontare una storia, le ho sentite proprio. Quelle voci non raccontavano storie, o forse lo facevano, ma non si capiva, erano tutte sovrapposte. C’era solo un accumulo di voci umane, e ogni tanto intuivo delle parole “fame, rischio, lotta, rivendicare, domani, aiuto”. E mi sono reso conto che nemmeno sono partito e già sto sprofondando in questa strana storia. Già… Poi Ronzinante mi ha richiamato all’ordine. Che nel suo modo di fare significa partire senza aspettarmi. Io l’ho seguito e l’ho raggiunto. Ci siamo messi di buona lena. Abbiamo attraversato ponti romani, ho spiegato alla gente che facciamo una Rivoluzione. C’è chi mi ha preso per pazzo e chi mi ha dettato delle rivendicazioni. Poi siamo saliti, sempre più in alto ma non abbastanza. Alla fine abbiamo trovato una cascata e là un cantautore, che con parole chiare ci ha fatto capire che sì, dobbiamo proseguire, sempre, senza garanzie di protezione. E ascoltare.


3 agosto 2018

Siamo partiti con l’allegria. Mentre risalivamo la valle verso Airolo abbiamo pensato a quanto sarebbe bello starsene per un poco senza cartine, cellulari, orologi e anche senza soldi. O meglio, senza il bisogno dei soldi. Mi sono messo a fantasticare. Pensate: tu arrivi da qualche parte con un asino e una buona storia da raccontare e qualcuno ti offre un pasto e un letto. Ero così felice per questa cosa che già la vedevo realizzata. Prima di affrontare una piana senz’albero con Ronzinante ci siamo riposati a una fontana. Io gli ho suonato l’armonica, lui per un poco mi ha ascoltato, poi si è messo a brucare.

Nel mezzo della piana, dopo aver costeggiato un laghetto e raccontato a una dozzina di famiglie il nostro viaggio ho cominciato a sentire una malinconia. Ho guardato le montagne che facendosi più alte si fanno più basse perché io ci sto arrivando sopra e quando la strada smetterà di salire sarò lontano dalla mia terra, dalla mia casa, dalla mia lingua. Già… 

Succede che si parte. Che non lo sai nemmeno bene il perché. Hai quella voglia dentro di spaccare il mondo e il prato davanti a casa non ti basta. A casa tua si continua a dire la stessa cosa da generazioni e continueranno a dirla. Rimani e piove, rimani e c’è il sole, rimani e taci e tutto resta uguale. Mentre camminavo ho pensato a tutti quelli che negli anni passati se ne sono andati da questo paese. Quanti sono passati da qua, dove siamo ora, per andare a Nord. Forse tutte queste montagne sono state abbassate dal tempo e dai passi di “poveri cristi” che senza saper leggere un pezzo di carta hanno firmato un contratto con qualche signore travestito da imprenditore. Una crociata di minchioni che da valle in valle risaliva fin quassù, per scappare dalla nostra Terra. Ah la fame! La fame e l’ignoranza spingeva gli uomini a trasformare i pensieri in carne, a vestirsi di carne, a diventare carne e ossa da lavoro. Animali.  Immagino che se qualcuno si metteva in cima a queste montagne sentiva piangere gli emigranti giù nel buio del Nord. Pianti di malinconia e dolore. Pianti perché il sole e la pioggia non erano quelli che avevano lasciato. E se gli frullavano i sensi di colpa in testa i più si uccidevano di “stanghe e schnappes”, perché il vino quello proprio da quelle parti non si poteva bere… Eh sì, poi qualche eccezione si macchiava di bestialità. E per quell’uno venivano marchiati tutti. Per una bestia tutti diventano bestie.

Che tempi, che storie. Di quelle che ti fanno piangere o rimanere di sasso. A uno potrebbe anche venir voglia di bloccarsi e non andare più avanti. Per rispetto. Ma quale Rivoluzione? Ma dove voglio andare, con un asino, cento anni dopo? Forse devo fermarmi qua, questa notte. Fermarmi e ascoltare, nel buio. Sentire il fracasso delle ossa degli scheletri che mi verranno a trovare. Sentire il vento che soffia e immaginarlo come un insieme di sospiri di quell’esercito di compaesani che torna qua, dove c’è una lingua amica che li può capire. Impazzirò? Sarà solo per qualche ora, tanto prima o poi arriva l’alba, la luce, la ragione. 

L’ho detto a Ronzinante: speriamo sia una notte senza una stella, così che potrò dimenticarmi del mio corpo, non mi vedrò le gambe, il ventre e il gozzo. Ascolterò. Il mio compagno di viaggio mi ha guardato con una strana espressione. L’ho capito subito: se avesse il dono della parola mi avrebbe detto, semplicemente, asino.


4 agosto 2018

Oggi è una giornata di fatica, ma non pesa più di quel tanto. Basta considerarla come una normale controindicazione per la beatitudine di scivolare in questa valle (la valle Bedretto). È strano quello che è successo, è bastato allontanarsi dalla via più battuta (quell’asse nord-sud) intasato di automobili e camion) e tutto ha cominciato a prendere una forma diversa. Valli, crinali, corsi d’acqua costruiscono dei sentieri che con Ronzinante seguiamo. Eh già, le forme del territorio non sono casuali ma il risultato di una storia geologica che ha fratturato e spostato le masse rocciose. Poi il tempo e le acque hanno modellato le forme e noi oggi, un uomo e un asino, ci camminiamo dentro. Ogni tanto qualche villaggio, un grumo di case appoggiate sull’idea di un pianoro. Le case sono arroccate una all’altra, come a volersi difendere raggruppandosi, come fanno gli animali, come noi non sappiamo più fare. Cento anni fa, per un giorno questo è stato fatto, per un giorno: lo sciopero generale! E ne parliamo ancora oggi. Pensate: e se oggi ci mettessimo tutti assieme per una decina di giorni! Ne parlerebbero fra mille anni! A questo penso, mentre Ronzinante mi traina. Oggi va più veloce lui e io lo seguo, tra le marmotte che iniziano a farsi sentire. Aggirata una collinetta, accanto a un alpe incontriamo degli uomini, hanno dei corni delle alpi e per noi improvvisano un concerto. Io ho paura che Ronzinante scappi e invece lui si mette a segnalare il suo gradimento (come fa con gli altri asini e le vacche, non con i maiali che invece non gli piacciono). Insomma: sbuffa, raglia e calpesta con forza la terra con lo zoccolo. In un certo modo si mette a ballare. Già, cala la sera e lui felice balla e le montagne s’inscuriscono e tutto quello che abbiamo attorno lentamente scompare per lasciare solo la musica e le stelle.


5 agosto 2018

La risalita verso il Passo della Novena è stata guidata dall’ombra. Nel senso che io e Ronzinante provavamo a raggiungere quella disegnata a terra dalle nuvole. Però appena ci avvicinavamo questa si allontanava. Ecco, eravamo là ad arrancare in salita all’inseguimento delle ombre. Che poi sembra la metafora perfetta di quello che stiamo facendo. Inseguire le ombre di una storia vecchia cento anni e provare a illuminarla un poco. Ho provato a spiegarlo al mio compagno di viaggio, ma lui a un certo punto ha detto semplicemente “Basta!”. Ecco, non è che lo ha proprio detto. Nonostante il caldo non avevo le allucinazioni. Lo ha fatto capire fisicamente: si è piantato lì, come una nuova specie di albero che cresce sopra ai 1800 metri. Ci ho provato a convincerlo, ma non si riesce in questi casi. Bisogna solo aspettare. Così mi sono messo io nella sua ombra e mi sono guardato in giro. Mirtilli, una spianata di mirtilli di cui, nonostante il ritmo basso con cui camminavamo, non mi ero accorto. Sempre lì a pensare a cose astratte io…  È andata che ne ho fatto una scorpacciata e quando mi sono riseduto sazio l’asino ha ripreso a marciare. L’ho ringraziato e passo dopo passo siamo arrivati ai 2478 metri del passo. Là abbiamo abbandonato il Ticino per passare in Vallese. C’era un brulicare di gente: anziani, giovani, bambini. Erano passati da lassù per una domenica in montagna e ci erano arrivati con automobili, biciclette, motociclette, sidecar eccetera. A piedi però, ci eravamo arrivati solo io e Ronzinante. Il nostro arrivo ha incuriosito tutta la spianata del passo. Ho raccontato la Rivoluzione a decine di persone. L’ho fatto fino a non aver più la voce. E là mi son detto: ci vorrebbe un poeta per aiutarci a raccontare tutta questa storia. Ronzinante mi ha guardato con l’espressione che uno ha quando non capisce di cosa si stia parlando. Sembrava volesse chiedermi “Cos’è un poeta?”. Difficile rispondergli. Cos’è un poeta? Cos’è la poesia? Penso che uno se ne accorga solo quando ci sbatte addosso. Prima non c’è e poi eccola lì, che nasce dalle parole di qualcuno. La fortuna vuole che ne abbiamo incontrato uno di poeta e ci ha regalato un poco di poesia.


6 agosto 2018

È un’illusione che la discesa sia meno faticosa della salita. Ce ne siamo ben accorti oggi, io e Ronzinante, scendendo verso Ulrichen. A un certo punto abbiamo pure trovato un ponte sospeso e con qualche raglio ben assestato Ronzinante mi ha fatto capire che non se ne parlava. Quindi di nuovo indietro a cercare un’altra strada. C’è di buono che sono ricomparsi gli alberi e la loro l’ombra. È tornata anche la nostra vocazione a perdersi, tra i sentieri e le cose che ci vengono in mente. Stiamo attraversando le Alpi, passo dopo passo, su e giù fino a perdere il senso dell’orientamento. Siamo partiti perché cento anni fa, all’annuncio della fine dello sciopero generale, a Bellinzona, è stato detto “dovremmo fare una rivoluzione”, ma non l’ha fatta nessuno. Ci è sembrata la cosa giusta da fare: partire. In due. Un uomo e un asino accomunati dalla parola Rivoluzione, dalla caparbietà, dalla sincerità e dalla voglia di fare qualcosa. E così ci siamo messi in mente di raccontare le voci di allora, quelle rivendicazioni che cento anni fa hanno fermato un paese; e vogliamo di raccogliere quelle di oggi, in ogni modo. Giorno dopo giorno, passo dopo passo. Già… Poi però, mentre scendevamo una valletta ripida piena di rocce strapiombanti e divisa da un torrente impetuoso si è pure messo a cantare il cielo. Si sono ammassate delle nuvole temporalesche che hanno iniziato a venirci incontro. Sembrava che da un momento all’altro sarebbe arrivato un grosso temporale. Non è che abbiamo accelerato il ritmo, tanto che cosa sarebbe cambiato? Il cielo fa quel che vuole: se era l’ora di inzupparsi, ci saremmo, malvolentieri, inzuppati. Nonostante la minaccia invece siamo arrivati al piano e abbiamo svoltato verso l’imbocco del passo del Grimsel. Stanotte ci fermeremo qua, con la minaccia di temporali e le rivendicazioni di cento anni fa e quelle di oggi che si mescolano nei miei pensieri. Cerco di trovare qualche punto d’incontro, ma quest’aria così elettrica e l’odore del temporale in arrivo, mi portano ad accomodarmi al riparo e a godermi lo spettacolo di una bella battaglia in cielo.


7 agosto 2018

Ieri scendendo dalla Novena ho guardatola valle di Binn. Mi hanno raccontato che lì, nei vecchi fienili, ci sono gli spiriti. Ne senti tante di queste leggende camminando. Chissà cosa c’è sul Grimsel? Qualcuno accompagnerà il nostro viaggio? 

C’era una volta, tanto tempo fa, da queste parti, un uomo molto vecchio e molto saggio. Viveva con il suo assistente che lo aiutava nelle faccende e in alcuni riti di cui solo quel vecchio aveva memoria. In paese tutti quanti gli chiedevano consiglii. Ma poi vennero altri tempi e quei consigli non li volle più nessuno. Così l’uomo e un suo aiutante ne se andarono a vivere in montagna. Di loro si persero le tracce. Col passare degli anni qualcuno tornava a valle e diceva di aver visto degli strani esseri, lassù, che celebravano strani riti. Erano racconti spaventati. Ma nessuno di fermò mai a chiedere “cosa siete? O “chi siete?”. Fu così che si formò la leggenda del custode della terra e del suo aiutante. 

Eh già, dicono che lassù, ai confini del cielo, tra seracchi e crepacci ogni tanto li si vedano quei due. Chissà cosa direbbero a noi due? Magari si spaventano loro. O magari per un poco diventano invisibili e ci lasciano passare senza spaventarci, perché anche a loro, di questa nostra della Rivoluzione importa. Chi lo sa? 

Eh già… che storie. Però devo ammetterlo, passando dal passo del Grimsel, ogni tanto, c’erano come echi lontani e un soffio, che per davvero, veniva da dove non tirava vento.


8 agosto 2018

Oggi la pioggia ci inseguiva. A volte erano gocce e altre un vero e proprio scroscio. Siamo partiti baldanzosi dal Passo del Grimsel. “Ora è discesa!” ci dicevamo io e Ronzinante. Davanti all’ospizio, una costruzione arroccata su di una roccia in mezzo ai laghi, mi sono lasciato andare a una serenata alla montagna con l’armonica. Non dev’essere stata troppa gradita. È arrivata la pioggia e abbiamo cominciato a scendere. Abbiamo attraversato un territorio selvatico e poetico. Lassù le rocce sono forti, presenti, come giganteschi ciottoli che risalgono direttamente dal centro della terra. Io ho pensato che non è possibile che tutto questo un giorno diventerà deserto. Tutte queste montagne crolleranno su sé stesse e diventeranno polvere. È difficile per un essere umano credere che sia possibile. Eppure è solo una questione di tempo. Ma noi, questo tempo non lo capiamo mica. È troppo grande per noi. Nemmeno Ronzinante lo capisce. Chissà. Già… Comunque siamo scesi, abbiamo abbandonato gli spiriti, i folletti e i mostri delle montagne e siamo tornati all’ombra degli abeti. Poi sì, sempre quella fuga dai temporali. Certo che è strano: a salire inseguivamo l’ombra e a scendere fuggiamo dai temporali. Dev’essere che a queste altezze noi bestie siamo sempre inadeguate. Calpestiamo un mondo che non capiamo. Scendendo ho ritrovato i mirtilli e sono tornate tutte le voci dei cento anni che vogliamo raccontare. C’è da fare una Rivoluzione amici miei! Con le gambe (le mie, Ronzinante è in piena forma) che urlano siamo arrivati a Guttannen. Un piccolo paese costruito appena si è aperto un pianoro decente. Quelle venti case ci sono sembrate una metropoli, la civiltà. Proprio quando siamo partiti per l’ultimo pezzo di strada ha cominciato di nuovo a piovere. Ma era una pioggia strana, che scendeva nonostante il sole. Sembrava che non ci bagnasse e mentre ha suonato la piccola campana della chiesa del paese sono comparsi due arcobaleni, su verso i picchi più scoscesi. Chissà se era un benvenuto o un saluto? Forse non importa. Quel che importa è che dopo oltre 160 chilometri noi siamo qua, con la nostra Rivoluzione ben chiara in testa.


9 agosto 2018

La discesa è iniziata bene. Io e Ronzinante ci siamo svegliati in piena forma. C’era pure un vento che scendeva dal passo, che ci prendeva di schiena e ci spingeva giù, sempre più giù. Sembrava di volare. Mi sono messo a suonicchiare qualcosa di epico con l’armonica. Per un attimo ci è sembrato che la nostra Rivoluzione fosse già un fatto compiuto. Eravamo già nel film tratto dai fatti realmente accaduti. Per un attimo ci hanno pure seguito una mezza dozzina di capre. A quel punto l’ho capito che era ancora tutto un gioco, che avremo dovuto scontrarci con il rumorio delle cittadine per capire se il nostro viaggio ha veramente un senso. Così, un poco più lentamente abbiamo continuato a scendere. Qualche incontro, qualche parola, qualche racconto. Niente di eclatante. Niente folle oceaniche ad inneggiarci. Già… Eravamo anche un poco delusi. Poi i sentieri erano un continuo gironzolare attorno alle stesse colline e scendevi e salivi e tornavi indietro… Insomma, ci siamo  un poco intristiti. Poi però abbiamo incontrato Andreas, settantaduenne Bernese DOC, con barba e baffi al posto giusto. Ci ha guardati e ci ha chiamati. “Dove andate?” Gli abbiamo raccontato la storia. Lui ha aspettato un poco, io ho dubitato del mio tedesco. Poi è entrato nella piccola casa piena di fiori e ne è uscito con due birre. Le ha messe sul tavolo dopo averle aperte. Poi di corsa in stalla dove è uscito con due asini. Ronzinante ha cominciato a far festa, felice. Ha preso a rotolarsi nel prato, felice. Andreas mi ha detto “Vengo con te a Meiringen”. Gli ho chiesto quanto tempo ci volesse. “Venti minuti al massimo” ha risposto. Così dopo due ore siamo arrivati, non a Meiringen ma a un bar di amanti delle auto d’epoca. La ragazza del proprietario ha due cavalli, Andreas le ha chiesto se volesse venire con noi, lei con i suoi cavalli, “Così possiamo fare la rivoluzione” ha detto. È finita che siamo tornati a Meiringen (solo con Andreas e i suoi due asini, i cavalli li abbiamo salutati al pascolo) e ci siamo messi a sfilare per le strade, bloccando il traffico e catalizzando l’attenzione della gente. Poi Andreas e gli asinisono tornati a casa e a Ronzinante, restato solo, gli è salita la malinconia. Allora l’ho portato alla statua di Sherlock Holmes (perché lo sapete, vero? Sherlock Holmes è morto proprio qui), ho comprato un cappello come quello dell’investigatore, una pipa e una lente. “Stai tranquillo Ronzinante!” ho detto “Te li ritrovo io gli amici”. Lui mi ha guardato perplesso e si è subito rimesso a ragliare.


10 agosto 2018

Partenza in salita. Il passo del Brünig ha un dislivello di soli 500 metri, che comunque non è proprio poco. Siamo partiti presto per evitare temporali o calura; stamane non si capiva bene cosa ci avrebbe riservato il cielo. Qualcuno parlava di pioggia e qualcun’altro di canicola. Noi abbiamo deciso di non aspettare di vedere chi avesse ragione. Ci siamo incamminati e alla fine non aveva ragione nessuno. La salita non è che sia stata una passeggiata ma nemmeno troppo difficile. Dopo il Passo la discesa è diventata un incanto. Una valle sinuosa, dove le colline arrotondano le asperità delle montagne e il sentiero, che costeggia la linea ferroviaria, sembrava un lungo serpente. 

Ronzinante è sempre più in forma, io mi sto riprendendo dalle fatiche dei valichi alpini. I chilometri aumenteranno nelle prossime tappe, ma non ci sarà più da scalare. Il pomeriggio arriviamo in vista di Lungern. Davanti a noi un panorama mozzafiato: la valle con il lago turchese che sembrava l’occhio di un qualche antico dio pagano attorniato da nebbie e nuvole che uscivano dalle valli laterali. Ci siamo fermati per un poco. Eh già… proprio oggi abbiamo raggiunto e sorpassato i 200 chilometri di viaggio. Non era il momento ma abbiamo deciso di fermarci a festeggiare. Ho inaugurato la pipa acquistata in onore di Sherlock Holmes ieri a Meiringen e Ronzinante si è dedicato ad assaggiare erbe e fiori. 

Ho ripensato a tutto questo viaggio. Quello che sto capendo è che l’anello di congiunzione tra cento anni fa e oggi, tra il tempo di allora e il nostro tempo, non è solo questa cosa delle rivendicazioni di allora e quelle odierne. No, è anche la nostra andatura. I cinque chilometri all’ora che ogni giorno mettiamo in fila. Il nostro anacronistico “passo da lumaca” fa sì che tutta la nostra storia in fin dei conti diventa possibile e con questo reale. Eh sì: passo dopo passo stiamo arrivando a Olten.

Poco prima del paese abbiamo incontrato un musicista. Ha suonato e cantato per noi. Da una parte ci spezzava il cuore e dall’altra ce lo riattaccava. E noi due, là in riva al lago, lo abbiamo capito: arrivati fin qua, l’unica cosa da fare è andare avanti. 


11 agosto 2018

C’erano due aquile che ci hanno seguito, con i loro voli elicoidali, per almeno mezz’ora. Poi si sono fermate là, all’ultimo scalino prima di scendere verso i laghi. È stato un bel saluto. Che però ci ha fatto pensare. Infatti ci siamo fermati io e Ronzinante. Lui felice di provare le erbe autoctone. Invece io mi chiedevo: come racconteremo questa storia quando saremo davanti a centinaia di persone?
Ho sempre pensato che fosse chiaro: arriviamo con un asino e con 300 chilometri (all’incirca) tra gambe e zampe; cosa vuoi che diremo? Da quasi due settimane raccogliamo le rivendicazioni della gente comune. Stiamo radunando voci in una voce; e questa va usata. Racconteremo al pubblico quello che ci dite di urlare. Sapete, ci abbiamo pensato mentre eravamo in cima alla collina del Rütli: tutto quello che stiamo facendo è per poterci fermare un attimo e dire: io vorrei che… E non è un desiderio, ma un “vorrei”.

Comunque tra tutti questi pensieri è andata che abbiamo sbagliato strada. Già… Ognuno ha la sua strada. Ognuno deve avere la sua opinione, ognuno deve avere la sua voce. E noi dobbiamo raccontare e viaggiare.


12 agosto 2018

Tappa lunga oggi. Quasi trenta chilometri sotto il sole lucernese. Siamo partiti presto e presto ci siamo scontrati con il mondo moderno. C’è un punto attorno alle città dove improvvisamente i segnali dei sentieri smettono di essere precisi, là dove le fabbriche cedono il passo ai palazzi popolari. È come se arrivati lì a nessuno importi più di camminare. Cosa cammini a fare in una città? Cosa cammini a fare 25 chilometri al giorno se li fai in venti minuti di automobile? Cosa pensi di fare “uomo con un asino” dalle nostre parti? Qua andiamo veloci, comunichiamo in ogni momento con il resto del mondo. Vuoi un’indicazione? Usa google maps. Devi essere connesso rivoluzionario! Connesso. Connesso. Ronzinante se ne stava lì a seguirmi avanti e indietro mentre cercavo di capire da che parte andare. Poi ha abbassato la testa e si è messo a tirare. Come se avesse deciso di andare “di là”. Io ci ho anche provato a fermarlo ma niente. Ho dovuto adeguarmi e passo dopo passo abbiamo attraversato la città. Poco dopo le case popolari sono tornati i segnali dei sentieri. Io non lo so se c’è una metafora in tutto questo, ma il fatto che abbia avuto bisogno di un asino per tirarmi fuori dal pantano delle cittadine mi fa sorridere. È così che mi sono immaginato dei compagni di Rivoluzione diversa; magari quelli incontrati in alta montagna. Pensate: una Rivoluzione con un uomo, un asino e marmotte, stambecchi, aquile e cavalli. Ah! Che storia! Mi sono messo a ridere per un bel po’ pensando a quell’immagine. Costeggiavamo il lago di Sempach in direzione Sursee. Era pieno di bagnanti e di sfilate di pettorali, seni, glutei, occhiali firmati, musica pop e smoothies (che poi son frullati) energo-bio-salutar-costosi. Io passavo lì in mezzo con il mio asino e la bandiera della Rivoluzione e ridevo. Mi avranno preso per pazzo e qualcuno forse si sarà anche offeso. Avrei voluto fermarmi per dire che non ridevo di loro ma dell’immagine della Rivoluzione con le marmotte, gli stambecchi eccetera. Ma se mi fermavo, poi chi me le avrebbe fatte ripartire le gambe? E comunque, un gran bel bagno nel lago, oggi, me lo sarei proprio fatto!


13 agosto 2018 

Oggi le gambe faticano. Svegliarsi è stato complicato, per entrambi. Io ho avuto bisogno di mezzo litro di quello che da queste parti viene chiamato caffè e Ronzinante di tripla razione di carote. Fuori un cielo attaccato alla terra, grigio, scuro, con piovaschi e vento che giravano dove gli pareva. Ci siamo ritrovati a salire e a scendere da colline, in direzione Dagmersellen. Proprio non riuscivamo a prendere il ritmo stamane. Poi però in mezzo a una pineta ci ha sbarrato la strada un cerbiatto. E non è scappato, è stato lì. Guardava Ronzinante, come fosse un qualche antenato giurassico. Poi la mia bestia ha deciso di cantargliela al cerbiatto, con una potente ragliata lo ha fatto fuggire. Io l’ho guardato e caschi il cielo se non aveva proprio l’espressione soddisfatta di chi l’ha combinata grossa. Divertiti siamo ripartiti. Però ogni chilometro o due ne approfittavamo per una pausa. Sotto dei peri o meli (per la gioia di Ronzinante che così poteva mangiare la frutta cascata per il vento) o in qualche luogo panoramico per me (una sorsata d’acqua o qualche tiro di pipa). Insomma, camminavamo un po’ sì e un po’ no e l’orario di arrivo continuava a scivolare. Eh già… Succede sempre così quando sei vicino al traguardo. Sembra lì, a portata di mano e invece è sempre un miraggio. È un poco come l’effetto Zenone, quel paradosso che che ti dimostra come a continuare a dimezzare sempre il percorso non si riesca ad arrivare mai da nessuna parte. Insomma, giornata dura, fino a quando abbiamo fatto un incontro particolare, che ci ha portato a perderci nei ricordi di questa strana avventura. La musica ci ha fatto capire che nient’altro si può fare, che continuare. È così che siamo ritornati in forze. Avanti! Si continua! 


 

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